Agent Carter (2° st.)
Nuove avventure per la prima eroina Marvel, sullo sfondo di una società delle immagini ante litteram, in un divertito gioco di specchi fra tradimenti, amori, ironia e potere

Pericolo sventato, quello della prematura chiusura di Agent Carter, che torna al suo pubblico con una seconda stagione, prodotta sempre da ABC, sebbene con le inevitabili correzioni/innovazioni del caso. Un anno è passato anche nella finzione scenica e i rapporti si sono sostanzialmente rovesciati, così come la location, che passa dalla concretezza quasi “rocciosa” dei grattacieli di New York a una Los Angeles a dir poco trasparente nel suo andirivieni di (pochi) spazi chiusi e lunghi viali alberati, mentre su tutto aleggia l’incubo della nuova era atomica che fa deflagrare i suoi ordigni nelle ampie distese desertiche circostanti: un set quasi “liquido”, insomma, come la Materia Zero che funge da mcguffin per richiamare in azione i personaggi, e che sembra aggiungere la necessaria dose di consapevolezza al nuovo approccio prediletto per questa stagione. Si continua, infatti, a ripensare le coordinate del genere supereroistico, come già in precedenza, ma con una qualità più larvatamente metanarrativa, come a voler rivelare la falsità dell’immagine.
Nessuna rivoluzione, si badi, in fondo lo scopo è sempre quello esplorato quando il nodo del contendere era il ruolo reale della donna nel nuovo universo supereroico: assodato che ormai la Peggy Carter di Hayley Atwell non ha nulla da invidiare ai colleghi uomini, stavolta il tema del sessismo nell’America postbellica è meno sbandierato e si allarga in generale a una considerazione di più ampio raggio sulle categorie meno avvantaggiate nel periodo qui in analisi, siano esse appunto quella femminile, quella dei reduci con ferite di guerra (l’interessante personaggio del capo Daniel Sousa, interpretato dall’ottimo Enver Gjokaj) e dei neri, con il Jason Wilkes di Reggie Austin, scienziato reclutato perché la sua pelle scura lo spinge a un’ambizione altrimenti sconosciuta a chi è cresciuto nella bambagia della sicura accettazione sociale: una visione quasi progressista, che eleva a eroi i paladini meno iconici della televisione, ma senza il pietismo del riscatto a tutti i costi. Siamo più dalle parti della velata riflessione/rielaborazione sul sogno americano, infatti, poiché alla fine la lotta è sempre e comunque una questione di potere, sia esso quello della conquista della citata Materia Zero che fornisce capacità superumane o anche soltanto del cuore della persona amata.
In questo mondo a trazione femminile, dove gli uomini non possono che agire nell’ombra e persino il gangster di turno segue le direttive dell’anziana madre, apparenze e sostanze finiscono così per confondersi naturalmente, rinnovando il gusto per la riproposizione di stilemi vintage che però si rivelano propedeutici a una visione avveniristica (un po’ come avviene altrimenti con l’Ottocento del genere steampunk), evidenti sopratutto nel bric-a-brac di invenzioni e mascheramenti che coinvolgono anche la macchina-cinema. L’Howard Stark di Dominic Cooper passa quindi da scienziato a regista sui set, mentre il cattivo di turno è Whitney Frost (l’attrice Wynn Everett) una diva hollywoodiana in decadenza, che vuole continuare a essere rilevante nel mondo di una società dell’immagine ante litteram. La riproposizione dei generi della hollywood classica, dalla screwball comedy al gangster movie si stempera perciò in un approccio più diretto alla modernità, che avvicina stavolta Agent Carter ancor più agli Agents of S.H.I.E.L.D. di casa sempre su ABC. Aumentano così l’azione e gli elementi fantastici, qui garantiti dalla sostanza extraterrestre che conferisce poteri degni degli Inumani affrontati da Coulson e i suoi Agenti del XXI secolo: un mix che ribadisce come queste derivazioni televisive rivendichino anch’esse una rilevanza specifica rispetto ai fratelli maggiori cinematografici, che non vengono più citati. L’Universo Cinematico Marvel, insomma, ha ormai compartimenti abbastanza definiti che possono procedere in parallelo, con pochi punti di reale contatto.
Probabilmente, sempre da Agents of S.H.I.E.L.D. è mutuata anche la possibilità di continue riscritture fra le alleanze, che diventano un gioco di corteggiamenti amorosi dove l’attrazione fisica si contrappone alle resistenze dell’intelletto, e che permette in tal modo a queste forme bidimensionali di rivendicare la propria immanenza in un mondo fantastico, ma capace di palpitare di sentimenti reali. Peggy può perciò innamorarsi di nuovo e raggiungere una pienezza femminile che al menar le mani sa contrapporre la forza dei suoi sentimenti: una prospettiva che diventa uno dei più qualificanti punti di fuga dalle logiche del potere o del ruolo fine a se stessi. In fondo, la dicotomia maschile/femminile su cui si fonda la serie non è tanto mirata a una contrapposizione concreta fra i sessi, ma a una morale di condivisione, dove la donna-eroe sa accentrare attorno a sé i talenti, senza preconcetti legati alla visione limitata della sua era, laddove invece le donne-nemiche obbediscono a logiche particolaristiche e figlie di una visione che tende a escludere e ad accentrare il potere nelle mani di pochi privilegiati che agiscono in regimi d’oltrecortina o in esclusivi Consigli di club privati.
Il tutto trova la sua sublimazione in sequenze assolutamente cinematografiche, eppure straordinariamente vibranti come la lunga coreografia di ballo che apre il nono episodio, A Little Song and Dance, con i personaggi che riscrivono se stessi mentre si muovono sul set, immaginando ciò che sono e ciò che potrebbero essere. Un numero gustosissimo e degno delle folli invenzioni di un JJ Abrams (si pensi a Brown Betty, puntata numero 20 della stagione 2 di Fringe, dove i protagonisti rivivono in chiave noir). Per fortuna, tanto intreccio di possibilità non intacca la voglia di divertirsi (e divertire) di questi personaggi ormai così familiari, che svelano nuovi particolari del loro passato, ma hanno tutta una storia ancora da scrivere, come testimonia l’ultima sequenza che apre a una terza stagione (speriamo) in arrivo prossimamente.