Vinyl 1x04 - The Racket

Oh sinnerman, where you gonna run to?

Prima di ritrovarsi con la testa schiantata, Buck Rogers, nemesi profetica del nostro Richie, parlava di sinergia nel constatare come la televisione e la radio stessero trasmettendo in contemporanea due opere con il medesimo titolo (il film Frankenstein di Whale e la canzone Frankenstein degli Edgar Winter Group). Il Cinema, come dissonante sincronia, diventava così la porta di accesso del protagonista per una rinascita, dove il dettaglio del suo occhio ricoperto di polvere richiamava la morte del passato (la creatura horror della Universal) nel passaggio in una nuova identità (il volto simile a un mostro della Hammer). E non stupisce come Richie prosegua la sua parabola nel totale scollegamento con la realtà, sempre più succube del suo delirio di onnipotenza che crede di poter risollevare l’American Century da una fine, al momento, alquanto scontata.

The Racket insiste sulla frenesia del nuovo corso della casa discografica che cerca in tutti i modi di scritturare nuovi artisti per rilanciarsi sul mercato. La macchina da presa si muove incessantemente nei locali dell’AC e trasmette il nevrotico fermento del momento, optando per un piano sequenza iniziale che si apre con l’entrata da star di Hannibal in ralenti, pronto a trattare con il boss Richie, e segue vari membri dell’etichetta costretti a lottare a suon di creatività per non rientrare nel programma di sfoltimento del personale.

Finestra è incontenibile soprattutto dopo esser ricaduto nel vizio della cocaina e a farne le spese è inevitabilmente il privato. Da una parte i colleghi di una vita, in preda alle più varie paranoie riguardo al loro futuro dopo essersi visti sfumare un accordo milionario con la Polygram, sono ormai delle semplici comparse di fronte al solipsismo dittatoriale del socio di maggioranza; dall’altra Devon, il personaggio fino a questo momento più umano nelle sue debolezze se paragonato a una giungla di bambini caricaturali e assai capricciosi, è messa in secondo piano dal marito e vive questo momento nella piena frustrazione dopo aver persino mercificato la propria immagine (il ritratto di Wahrol) per tentare di seguire le proprie aspirazioni. Se guardiamo attentamente l’evoluzione della coppia noteremo quanto la traiettoria dei due sia diametralmente opposta: Richie si sta drogando di finzione per rimanere a galla (vi è pure un allucinazione di Janis Joplin), mentre Devon procede per sottrazione e appare come l’unico essere fragile e umano della serie.

Il passato però bussa alle porte ed esige una qualche forma di rivincita. Stiamo parlando di Lester Grimes, al momento ancora ostile nei confronti di Richie tanto che s’improvvisa manager dei Nasty Bits, ultima ruota del carro di questa giornata sovraccaricata. Non si tratta solo di un riscatto dal sapore dispettoso, ma un tentativo di rilanciare una carriera mai decollata. Con l’entrata definitiva di questo personaggio nelle dinamiche della serie si aprono nuove linee narrative che, se ci dovessimo scommettere su qualcosa, probabilmente lo vedranno diventare partner di Finestra nella nuova linea editoriale dell’American Century. Anche perché Vinyl riecheggia di gruppi che stanno esplodendo con i loro dischi più celebri, come per i The Who o per l’uscita di The Dark Side of The Moon. Il successo sembra così cavalcare imperterrito senza tenere conto di Richie, proiettato in maniera ossessiva verso il futuro, ma ancora incapace di strutturarlo a partire dal presente.

Infine torna come un’eco la divinatoria frase di Buck: face your fear. In quella che è tutti gli effetti anche una struttura da gangster/crime story, non poteva mancare l’indagine per un omicidio che sta tormentando sotto forma di flash l’equilibrio psichico di Richie.

Se lo spettatore si prefigurava un continuo gioco di ricatti di Joe Corso per mantenere il segreto del delitto commesso, The Racket disattende le aspettative e apre una porta nel passato del protagonista. In una chiusa d’altri tempi, dal sapore noir, un padre che credevamo morto diventa l’unica ancora per affrontare un incubo ad occhi aperti diventato ormai ingestibile.

Perché adesso serve un alibi per affrontare le proprie paure. O forse si tratta l’ennesima dell’ennesima via di fuga. Staremo a vedere.

Autore: Marco Compiani
Pubblicato il 11/03/2016

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