Sparrow
L'insostenibile leggerezza di Johnny To.

Sparrow, o l’insostenibile leggerezza di Johnnie To. Perché non si può fare a meno di alzare le mani in segno di resa, di fronte all’ennesima dimostrazione di grandezza (di più: di gigantismo), da parte di un leone della macchina da presa come il regista hongkonghese; uno che da sempre – per intenderci – ha dato prova di quanto il cinema non abbia più segreti per lui, capace di lavorare con i generi, assecondandoli e tradendoli allo stesso tempo, tanto lavorando su commissione quanto riuscendo ad estrarre dal cilindro opere personali e ambiziose, sorprendendo (e sorprendendosi) ogni volta. Si prenda appunto questo Sparrow, realizzato nell’arco di quattro lunghi anni, durante gli intervalli tra un film e l’altro: era già successo in precedenza (con il capolavoro PTU, vera e propria opera fenice all’interno della sua filmografia, la definitiva riappropriazione del suo statuto autoriale dopo una serie di prodotti minori), eppure sembra impossibile che un cinema così legato al concetto di industria riesca ancora ad affermarsi in maniera simile. Impossibile per gli altri, forse. Ma non per To, la cui conoscenza e padronanza del mezzo non ha praticamente più alcun limite, al punto di potersi permettere di dilatare il tempo delle riprese pur mantenendo una continuità stilistica sorprendente. Per non parlare ovviamente della scrittura stessa del suo film: invisibile, astratta, quasi inesistente, poco più di un canovaccio da (in)seguire attraverso le strade e i vicoli di quella Hong Kong che per To è ormai un luogo dell’anima, vera e propria sineddoche di un mondo e un universo intero.
Il titolo è un’espressione in gergo, volta a rappresentare quei borseggiatori di strada che agiscono con rapidità e destrezza per non essere colti sul fatto. Il film segue appunto le vicende di un gruppo di amici, tutti scippatori professionisti, quattro figure invisibili sullo sfondo della grande metropoli; vite all’insegna della leggerezza e della spensieratezza, almeno fino a quando l’incontro con una giovane e bella ragazza bisognosa d’aiuto li metterà contro un potente boss della città. Sparrow è cinema di puro movimento: la macchina da presa di To disegna traiettorie e coreografie per riscrivere lo spazio dei set, utilizzando i suoi corpi come macchie d’inchiostro attraverso le quali mettere nero su bianco l’ennesimo, meraviglioso capitolo del suo poema visivo. E questi corpi sono quelli dei soliti amici, i collaboratori di una vita, da Simon Yam a Lam Suet, che ormai stanno all’opera di To come i morti viventi stanno a Romero: qualcosa di più di un semplice feticcio, quasi un elemento fondamentale senza il quale appare impossibile proseguire in questo percorso che li vede partecipare sempre tutti insieme. Cosa pensare allora di un film che frulla al suo interno Melville e la nouvelle vague, Hitchcock e il noir classico? Senza soluzione di continuità, all’insegna di una libertà narrativa che si fa beffa delle regole del racconto (pur omaggiando apertamente la struttura della fiaba e del mito), To compie l’ennesima opera di magia, facendo recitare persino gli oggetti che entrano in scena.
Tutto si muove, in Sparrow, e tutto vive. Perché se è vero che i toni sono lontani da quelli dei suoi melodrammi noir più feroci e apocalittici, non per questo la passione che spinge i suoi corpi è meno autentica. Ogni personaggio, ogni gesto, ogni spazio trasuda amore, al punto che è come se la città si fermasse davanti all’obiettivo del suo regista: l’accensione di una sigaretta diventa un momento rarefatto dalla statura epica, un borseggio si trasforma in balletto, e la sfida sotto la pioggia è un puro, bellissimo momento western nello spirito. Sparrow è una parentesi all’interno della filmografia di To, certo, ma non per questo da etichettare preventivamente come opera minore: piuttosto è un respiro, un momento di grazia e sublimazione delle cose; un’istantanea, una fotografia (tema ricorrente nel film) di ciò che si era, di ciò che si è. E di ciò che è fondamentale continuare ad essere: corpi vivi e in movimento, nel tentativo – disperato, eppure vitalissimo – di riuscire a rappresentarli attraverso la macchina da presa.