Women Talking - Il diritto di scegliere

di Andrea Giangaspero
Women Talking - film recensione sarah polley

Donne che parlano, dice il titolo. Ignoriamo pure l’aggiunta italiana de Il diritto di scegliere, che almeno qui si integra e non sostituisce il titolo originale, come in Hidden Figures, da noi diventato Il diritto di contare (sempre a proposito di donne che fanno, donne che rivendicano cose). Un titolo da #metoo, da statuetta (che infatti si aggiudica, in particolare quella per la miglior sceneggiatura non originale), un titolo che quindi suggerisce una riduzione a riflessioni da superficie, manifesto fatto di tautologie. Non è propriamente così.
Sarah Polley, che dentro al cinema ci sta da quand’è nata, conosce i modi più diffusi della scrittura per immagini, specie per come queste descrivono la natura e la composizione dei rapporti umani. In Women Talking (tratto dal romanzo omonimo di Miriam Toews), l’autrice approda al momento in cui una scrittura, meglio, un linguaggio, deve formarsi per la prima volta, sostanziarsi per dare forma alle cose attorno attribuendovi un nome, anche mediante l’ausilio didascalico di una voice over narrativa. Le protagoniste sono donne di una comunità di mennoniti che vengono narcotizzate durante la notte per essere abusate e violate dai loro uomini. Ma un giorno, uno di questi viene colto in flagrante mentre abusa di una bimba di 4 anni. Linciato quasi a morte da una delle madri, poi catturato dalle autorità e pronto a essere liberato su cauzione dagli altri uomini, alle donne non resta che riunirsi e decidere, tramite un voto, del proprio destino: restare nella comunità perdonando il gesto, così da accedere al regno dei cieli (secondo quanto disposto dagli uomini); restare per combattere, rischiando il tutto per tutto; allontanarsi definitivamente dalla comunità. Il risultato è uno spareggio tra le due opzioni estreme della lotta e dell’allontanamento.

L’elemento significativo è che nessuna delle donne, da tradizione e formazione mennonita, sa scrivere e si è mai cimentata nell’attività per loro ardita di una discussione. La riunione definirà allora un nuovo precedente storico per le donne, un evento dalla portata secolare, e per questo andrà redatto, verbalizzato, affidato alla scrittura che non è vittima dell’impermanenza (a opera dell’unico uomo presente nel film, August, un Ben Whishaw da anni in grande ascesa). E le donne, che di questo incontro sono il soggetto, vengono costruite secondo una caratterizzazione che idealizzi e rispetti i tipi classici di una dialettica: Ona (Rooney Mara) è simbolo di una medietas riflessiva, pondera i gesti e le conseguenze; Salome (Claire Foy) prepara una vendetta personale frutto di decisioni istintuali, pronta a sacrificare il suo accesso al regno dei cieli; Mariche (Jessie Buckley) è la voce della remissività, cede il passo alla disillusione. Poi ci sono Agata e Greta, le più anziane, che danno espressione l’una alla saggezza cristiana, l’altra a quella personale fatta di simboli e metafore (come quelle sui cavalli in fuga). Ognuna dà voce a un tipo umano che deve entrare in confronto dialettico con l’altro, facendo del film più che un manifesto femminista un modello di oratoria tradizionale.

women talking - recensione film sarah polley

Nella messa in campo di questa maieutica da formare da zero, la chiave è appunto nel determinare le cose attribuendovi un nome, nel suturarle poi sintatticamente per concatenare e finalizzare il pensiero (così in voice over Autje, la ragazzina che narra gli eventi: “dove mancava il linguaggio, c’era un profondo silenzio. Ed era in quel silenzio che si celava il vero orrore”). Senza questa formazione che tenga conto dell’infinita spaziatura tra le parole che danno sostanza alle decisioni, tra “l’andarsene” (decision to leave) e il “fuggire”, alle donne non resterebbe che l’esilio dalla propria coscienza e del proprio corpo.
L’abuso subito da Ona in apertura, poi richiamato in più momenti lungo il film come immagine incubale, la vede ripresa in plongée, incosciente e violata, i lividi tra le cosce. Una scelta formale che traduce l’allontanamento dal proprio corpo, l’impossibilità di appartenervi. Sarah Polley lavora benissimo a questa dosatura, all’affiancamento tra parole e immagini (pur cadendo spesso nella tentazione del commento in voice over che si fa puro pleonasmo). Alla coscienza livida e smunta delle donne corrisponde un’immagine estremamente pallida, diafana. Di più, dentro le immagini crepuscolari e pulviscolari dei campi di granturco e dei corpi femminili colpiti dalla luce morente del sole, in cui c’è ovviamente Malick e soprattutto Reygadas (Miriam Toews, autrice di Women Talking, è stata protagonista di Luz Silenciosa, incentrato proprio su una comunità di mennoniti), si viene a plasmare un mondo senza tempo. Potremmo essere in una colonia americana ottocentesca, primonovecentesca, e invece ci troviamo nel 2010 (con l’ausilio della sola coordinata cronologica che giunge da un report della radio). Per un attimo, quando ne veniamo a conoscenza, l’effetto di straniamento è notevole: l’atemporalità delle immagini ci ha spinto ben al di là di quello che avremmo creduto. Ne viene, a ben vedere, la suggestione più significativa di tutto il film: l’idea di ripensare, ponderare di nuovo su quello che abbiamo fino ad allora guardato, operare un rapido ri-orientamento, trovare un linguaggio e gli strumenti che compensino l’insufficienza di coordinate e di significato. Dare un nome alle cose per starci dentro e comprenderne la statura.

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Sarah Polley Rooney Mara Claire Foy Jessie Buckley 104 minuti
Stati Uniti 2022
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Beau ha paura

di Matteo Berardini
beau ha paura - recensione film ari aster

Se c’è un motivo – forse, e giusto uno – perché Beau ha paura debba durare centosettantanove interminabili minuti, è la necessità che questo film ha di presentarsi non solo come testo ma finanche giudice, giuria e boia della propria ricezione. Come una biblioteca metafisica sognata da Borges, Beau ha paura è il film e contemporaneamente i discorsi che lo riguardano, il testo autoriale e l’insieme infinita e possibile delle sue recensioni scandalizzate, degli spettatori infuriati, della sala che si svuota nel silenzio vibrante di indignazione. Ogni aspetto del film di Ari Aster contribuisce allo status di opera consapevolmente autodistruttiva, e il finale è in tal senso declamatorio: un circo acquatico a metà tra tribunale e drive-in, un Colosseo allagato in cui giudicare definitivamente il film/personaggio sotto lo sguardo di centinaia di persone che andranno poi a svuotare rapidamente le gradinate. Anche questa recensione, questo stesso pezzo che state leggendo e altri che forse leggerete o avrete letto, per quanto si possa cercare una prospettiva, un punto di vista non allineato, una percezione o coordinata di pensiero, è già presente nel film, è parte integrante della sua impalcatura. Forte di questa bulimia discorsiva, Beau ha paura è il genere di opera centripeta anziché centrifuga che pretende di inglobare il modo in cui si guarda alle sue immagini piuttosto che aprirsi alle possibilità dello sguardo altrui. Un film che non prevede spettatori ma testimoni, non cerca reazioni ma conferme che attestino la sua natura fallimentare e masochistica, ostentata e urlata nel corso di tutte le sue immagini. Come ferire un’entità che cerca appositamente il dolore? Come generare e trarre pensiero da un’opera che di per sé intavola per noi le nostre reazioni, prevedendole come parte costituente della sua identità, a metà tra scopo generativo e scusante, scudo, escamotage francamente paraculo?
Forse dovremmo chiuderla qui, fermarci a questo punto, noi e voi.

beau ha paura recensione film 1

Ma invece andiamo avanti, caschiamo probabilmente nel tranello, cercando forse un modo nostro di sottrarci a questa tirannia che non si ferma al guardare ma invade la sfera del ricevere.
Anzitutto, potremmo iniziare da quei primi, magnifici, venti minuti di film, nel corso dei quali Aster riesce a intrappolare lo spettatore nel mondo interiore del suo protagonista, costruendo di fatto un’anticamera espressionista al viaggio da intraprendere. Venti anni fa avremmo parlato di 11 settembre, oggi il trauma è quello del Lockdown e della lunga pandemia, ma a conti fatti poco importa, Beau ha paura, è terrorizzato dal mondo e da tutto ciò che lo circonda, è un uomo atterrito dalla vita e dai suoi echi, la cui mente è una trappola macchinica che ripropone incessantemente percezioni distorte, disallineate, incubi lisergici. La vita di Beau è letteralmente un incubo a occhi aperti, e senza invito il film ci costringe a farne parte, cosicché ciascuno possa ritrovare nelle sue immagini le coordinate dei propri di incubi. Peccato che da qui il film si trasformi in un onirico viaggio dell’eroe le cui stazioni non sono altro che siparietti cerebrali e vacuamente intellettualizzati all’interno dei quali può accadere qualunque cosa, perché questo film è talmente libero e kafkiano e allucinato e fuori controllo che continuamente avverte il bisogno di dircelo e dimostrarlo, quanto sia libero e kafkiano e allucinato e fuori controllo. Aster ce lo ripete costantemente e ci tiene che lo si capisca ben bene, che lui è un regista autodistruttivo che ha il coraggio di portare il film ovunque voglia, senza limiti né decenze di sorta. E poco importa che tutto diventi uguale a sé stesso, incapace di veicolare alcunché se non maestria tecnica e forza produttiva. Tutta questa potenza di fuoco mal nasconde l’ennesima montagna ingiustificata il cui topolino è un dramma familistico dal trauma irrisolto, una lunga, lunga, seduta psicanalitica fallita per cui il cinema non è altro che l’ennesimo tribunale del sé che lo spettatore abita subendo, perché non è previsto per lui nessun altro ruolo se non la ricezione passiva e ontologicamente complice, dato che persino il rigetto, come detto, diviene elemento organico del film e messo in scena.

beau is afraid rece

A poca distanza dal Bardo di Iñárritu siamo di nuovo alle prese con un autore la cui incapacità di contenere il proprio narcisismo è parsi solo alla sua felliniana presunzione, all’amore di sé trasfigurato in presunta autodistruzione. Perché è proprio il caso di dirlo che oggi, nel 2023 delle pandemie, guerre, crisi economiche e climatiche, di un mondo digitale e iperconnesso che richiede e impone nuove urgenze sul micro e sul macro, sull’intimo racconto di sé e sulla collettività che tutti lega, oggi la consapevolezza dichiarata non è un attenuante, e non può esserlo. È davvero tempo di respingerlo quest’autocompiacimento dell’autodistruzione, anche a costo di cadere nel ruolo discorsivo che il film ha già previsto per noi. Tutt’altro che grezzi, incontrollati e visceralmente sofferti, film come quello di Iñárritu e Aster sono piuttosto echo chamber realizzate al millimetro affinché vi si possa installare l’ennesima cattedrale del sé, mentre fuori il mondo brucia. E poco, nulla c’entra questo cinema con quel momento di ritorno autobiografico al passato che unisce oggi molto “cinema dei maestri”. Le immagini degli anni cinquanta, sessanta, settanta e ottanta dell’adolescenza e crescita dei vari Spielberg, Anderson, Tarantino e Gray, si allineano, certo, sulle note di un cinema nostalgico e personale, per molti aspetti periferico alla vita del mondo contemporaneo, ma la differenza è quella che intercorre tra il particolare che sa aprirsi all’universale e il particolare che si cura solo di sé compiacendosi onanisticamente del proprio autosabotaggio. Perché quel che separa i registi su citati dai vari Iñárritu e Aster è, fondamentalmente, la consapevolezza del pubblico. E non dello spettatore inteso come termine di paragone assoluto, ma come antidoto contro l’isolamento della propria percezione. Un cinema così dichiaratamente personale, così impegnato a rendere il film una seduta di autoanalisi, sbaglia a non considerare il pubblico perché esso è parte del processo analitico, prima che cinematografico. Non puoi dismettere la presenza dell’altro in sede di analisi, altrimenti viene meno ogni senso di prospettiva, ogni messa in quadro. Lo spettatore è necessario al confinamento e al confronto. Senza di ciò, il film è resa incondizionata al proprio eco, dichiarazione tautologica di una sofferenza inutile che ci viene chiesto solamente di subire firmando in calce.

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Ari Aster Joaquin Phoenix Nathan Lane Amy Ryan Stephen McKinley Henderson 179 minuti
Stati Uniti d'America, Canada, Finlandia 2023
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La Casa - Il Risveglio del Male

di Saverio Felici
La Casa il risveglio del male recensione film Cronin

La Casa - Il Risveglio del Male rilancia un dibattito aperto ormai agli albori dell'era-franchise: come si trasforma in saga un prototipo indissolubilmente legato alla personalità e visione di un singolo autore? Perché se film come Halloween e Non Aprite Quella Porta sembrano concepiti appositamente per uno sfruttamento intensivo delle proprie premesse (e di fatti lo furono), La Casa è sempre rimasto inscindibile dalla sensibilità di Sam Raimi.
Una coraggiosa quanto rischiosa opzione starebbe nell'ignorare platealmente l'eredità del prototipo, subordinandone il marchio a una rilettura e messa in scena interamente nuove: la "mossa Suspiria", si potrebbe definirla.
A qualcosa del genere pensava forse Fede Alvarez nel 2013, quando firmò il primo tentativo di reboot dopo la conclusione della trilogia classica. L'uruguaiano spogliò Evil Dead di ogni suo tratto definente, riempiendone il guscio vuoto con un torture porn all'europea, in ritardataria scia a Gens e Laugier. Era un film cromato e metallizzato, essenzialmente inodore, facilmente dimenticabile: perfettamente sovrapposto all'originale, eppure il suo esatto contrario. L'esperimento fu rimosso dal già non particolarmente ordinato canone della serie, con Raimi in persona impegnatosi a riportare il brand su binari classici con la serie di Ash. Il nuovo film di Lee Cronin prosegue oggi l'operazione rilancio in totale devozione al maestro: e dopo trent'anni, c'è da scommettere che la scombinata serie possa finalmente evolversi in franchise.

A un'idea di fedeltà intesa come replica del plot, Evil Dead Rise antepone un recupero di natura anzitutto umorale. Non c'è una "casa" (che peraltro era solo nel titolo italiano), ma c'è La Casa, qui spostato dalle foreste alla metropoli, dalla terra al metallo. Il riferimento ideale è il primo capolavoro del 1981 - dunque un film ferocemente ludico, consapevole dell'assurdità implicita delle proprie fantasie, sarcastico ma non espressamente deviato in parodia. Un tono specifico andato perduto a seguito della svolta slapstick del secondo capitolo, riapparso brevemente nel cult "fuori canone" Drag Me To Hell, e che il quinto film Evil Dead sceglie oggi di recuperare nel suo riuscito back to basics.

Un film popolare non può vivere in un vuoto, e nel 2023 La Casa non può dunque ignorare le numerose variazioni figliate dal proprio modello attraverso i decenni. L'influenza di Raimi va oltre la combo splatter-comicità con cui è stato spesso liquidato: a stare stretti, l'intera gloriosa produzione fantasmatica Blumhouse (Mike Flanagan in primis, da sempre sorta di raffinato Raimi anemico) ha in questi anni fatta propria quell'idea di orrore ipercinetico, senza budget, a spazi stretti, capace di usare la macchina da presa come personaggio fisico in rotta nel campo del set. La Casa - Il Risveglio del Male lo sa, ringrazia, torna a sedersi a capotavola riportando alla formula l'unico ingrediente a cui Insidious, The Conguring e Annabelle avevano da tempo abdicato: la violenza.

La cattiveria è ciò che distingue e allontana Evil Dead Rise dai suoi fratellastri. Il giovanissimo Cronin ha ben inteso il senso profondo della serie: strappare il freno al motore, esasperare la messa in scena al punto in cui l'inferno del Necronomicon e il cartoon Looney Toones convergano in un unico teatro demente. A guadagnarne è il cinema come arte e come tecnica, spinto in ogni suo reparto (a partire dalle attrici protagoniste) su quel crinale tra creatività e isteria che il solo genere splatter può tollerare.
Se in queste stesse settimane Scream VI decretava la sacralità del punto di vista spettatoriale in una sorta di funerale/esorcismo concettuale dell'horror, La Casa - Il Risveglio del Male torna a picchiare dove fa male, sfondando un muro cinematografico dopo l'altro in un pestaggio visivo da cui niente è risparmiato. Reclama il suo posto come avanguardia gore in un panorama mainstream che tra possessioni, algoritmi e amenità elevated, aveva da un pezzo perso il senso estetico della macelleria. Se nell'immediato dovesse risorgere il gusto popolare per quest'idea di cinema, il ruolo da capofila sarà ancora suo.

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Lee Cronin Alyssa Sutherland Lily Sullivan 97 minuti
USA 2023
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L'ultima notte di Amore

di Matteo Berardini
ultima notte d'amore - recensione film Favino

L’ultima notte di Amore si apre con una lunga ripresa aerea, il sorvolo morbido di un drone che attraversa la notte di Milano secondo una traiettoria centrifuga che dai quartieri centrali porta verso strade più periferiche, connettendo gli spazi verticali dei grattacieli d’affari all’orizzontalità della stazione ferroviaria, dei palazzoni anonimi e popolari. Che incipit magnifico. Ma non solo e non tanto per l’eleganza del movimento, per il fascino notturno di una metropoli che si schiude dall’alto, rivelando viscere, organi e corpuscoli; a colpire è soprattutto la chiarezza d’intenti di Andrea Di Stefano, la lucidità del presentare così un film che si pensa come noir metropolitano incentrato sul concetto di spazio. Sull’idea di quanto questo reticolo di cemento e relazioni, calcestruzzo e inganni, sia ciò che anzitutto informa questa storia, ne plasma dinamiche e contraddizioni, il carattere dei personaggi.
Che poi, in questa Milano tarlata da affari cinesi sotterranei come lo era la Londra russofona di Cronenberg, in La promessa dell’assassino, dove sono i milanesi? O meglio chi sono, da dove provengono? L’alienazione che si respira nel racconto è dovuta in buona parte al fatto che la storia raccontata è quella di migranti regionali e cinesi immigrati o di seconda generazione. L’accento e la cadenza del nord sono riservati ai personaggi di contorno, il resto di loro presenta i tratti dei corpi trapiantati, ripristinati in luoghi nuovi che possano ospitarne una seconda vita. A rilanciare questo senso di disconnessione e frammentazione e diaspora esistenziale, il fatto che buona parte dei poliziotti presenti siano non tanto corrotti quanto piuttosto manovalanza al soldo di poteri criminali opposti a quello statale. L’intreccio noir è animato da forze dell’ordine “prese a prestito” e assoldate come pedine, forza lavoro mercenaria non per disinteresse morale ma necessità economica. Eco alienata e paradossale dei poliziotti figli dei poveri di pasoliniana memoria.

Non è un caso quindi che un terzo e più del film si svolga nei pochi metri di uno svincolo autostradale, un non luogo per eccellenza in cui si dispiega una lunga, fulminante sequenza che di statico non ha nulla, è groviglio di cavi elettrici pronti alla scossa. Tutti i personaggi ruotano attorno alle due macchine ferme lungo la strada, ai corpi crivellati dai colpi, bruciati, martoriati, a pistole che passano di mano tra i morti e occhi sbarrati, fissi su un ultimo sguardo (uno di questi viene raccontato con una parentesi di umanità esterrefatta che non stonerebbe in un film di Mann: «avevano detto che non avresti sparato…»). A smuovere il film ci pensa il personaggio di Franco Amore, familiare eppure cristallino, prevedibile se volete ma carico di coerenza e integrità. Difficile non stargli addosso, non sentirlo vicino come un nuovo Carlito nella sua ultima corsa, ultimo giro di bevute…

Per questi e altri motivi (ad esempio le musiche, magnifiche e cariche di echi cinematografici poliziotteschi, firmate da Santi Pulvirenti; o ancora, la scrittura brillante del personaggio di Viviana, compagna dell’eroe finalmente dotata di autonomia e identità forti, valorizzate dalla bravissima Linda Caridi) L’ultima notte di Amore è tra i migliori film italiani degli ultimi anni, non solo noir (o polar che dir si voglia) ma in generale. E certo non perché si elevi dal genere, ne superi i limiti o altre baggianate snobistiche di cui dovremmo esserci, si spera, liberati; piuttosto proprio grazie al genere, al suo dispiego intelligente, consapevole, carico di rispetto per le sue regole e di una forza registica in grado di pensarne le coordinate per immagini, una volta tanto potenti, solide, a volte memorabili. Un film prezioso, quello di Di Stefano, una scarica elettrica in un corpo asfittico che di poliziotti e crimine troppo spesso ha disimparato a parlare, e che la città, argomento negletto, ha pressoché smesso di guardare, raccontare, capire. Perché è sempre nell’intersecarsi dei livelli urbani, nel ricostruire movimenti e geometrie dentro spazi figurabili, traiettorie ascendenti/discendenti – centrifughe/centripete, che si può raccontare l’umano, i suoi modi di stare assieme, una visione del mondo. O una lunga, ultima, notte d’amore.

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Andrea Di Stefano Pierfrancesco Favino Linda Caridi Antonio Gerardi Francesco Di Leva 124 minuti
Italia 2023
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Sciame (Swarm)

di Gaia Fontanella
Swarm - recensione serie tv amazon glover

Sciame (Swarm) è la storia di Dre e Marissa, due sorelle che condividono tutto: un appartamento, il lavoro, la passione per la popstar Ni’jah, due vite intrecciate che solo la morte può slegare. Le due si riflettono l’una nell’altra, in un costante gioco di specchi e dipendenza reciproca. L’improvvisa e violenta rottura del rapporto simbiotico porta Dre a perdere ogni punto di riferimento e lasciarsi trascinare in un vortice di risentimento, fino a intraprendere un viaggio negli abissi della mente e degli Stati Uniti. Parte così un crudo e cruento pellegrinaggio che la porta ad avvicinarsi sempre più pericolosamente a Ni’jah.

Uscita a pochi mesi dalla conclusione della stagione finale di Atlanta, la nuova serie di Donald Glover e Janine Nabers mette in scena un processo di riattivazione delle tematiche care agli autori, a partire da un discorso razziale che impregna ogni singola fibra della narrazione, grondante sangue e abbandono. L’impianto su cui è costruita Swarm è dolorosamente reale, e non solo perché il personaggio di Ni’jah è apertamente ispirato a Beyoncé, ma soprattutto perché diventa metafora di un’America nera dimenticata, trascurata, marginalizzata. Il junk food si accompagna alla morte, una fame insaziabile di hamburger e di sangue, esemplificazione di una società consumistica che lascia ai neri gli scarti, finanche alimentari. Ma Dre è anche, e soprattutto, una donna nera abbandonata dalla famiglia e dal mondo, che diventa il contraltare di Ni’jah, una figura mitologica da venerare: quella che ce l’ha fatta, che ha raggiunto il successo e che viene percepita come simbolo di un’affrancatura dalle catene razziali. La popstar è costituita della materia impalpabile di cui sono fatti i sogni, un personaggio evanescente che attrae la morbosa devozione della protagonista, pronta a tutto per difendere il proprio idolo.

Riflessione pungente e disincantata sia dello stardom che del fandom, e delle inique relazioni che li mettono in contatto, Swarm è un racconto acuto e intelligente sulle persone lasciate indietro, sulla precarietà sociale che si trasforma spesso anche in precarietà mentale: uno dei discorsi su cui la serie maggiormente insiste riguarda la consapevolezza, dura da accettare, che tutti sono colpevoli e mette all’erta sulla pericolosità insidiosa dell’autoassoluzione. Il contesto disumanizzante in cui vivono i personaggi non lascia loro scampo, riducendoli a delle cause perse, dei burattini nelle mani di un destino perverso che li muove a proprio piacimento, sviluppando quella dicotomia, in cui o si è vincenti o si è perdenti, messa in essere dal sistema statunitense e già sottolineata da Donald Glover nel video musicale di This is America, sotto il nome d’arte Childish Gambino: i neri che vengono introdotti nello star system sono anch’essi schiavi di una struttura che li usa per l’intrattenimento del pubblico, moderni giullari che facciano percepire ai bianchi di essere capaci di accettazione e inclusione. Ni’Jah è succube e soggiogata tanto quanto Dre, la cui unica modalità di vita concessa è quella della violenza.

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La serie affronta tutto questo attraverso un’osservazione attenta, spietata e cinica, facendo uso di un intreccio di generi felicemente riuscito, che spazia dalla blaxploitation al viaggio on the road, passando per il thriller e il documentario true crime (in un episodio particolarmente efficace). Materia fondativa di Swarm è dunque, sia dal punto di vista testuale che filmico, un discorso metacritico che riflette sulla società dell’immagine e sulle conseguenze crudeli di una narrazione funzionale all’indebolimento degli strati più esclusi, quella dell’American Dream, tanto vagheggiato quanto irraggiungibile.
Sono le donne nere a pagare il prezzo più alto e più ingiusto, scivolando tra le crepe di una struttura prevaricante che le condanna all’oblio e all’indifferenza, donne costrette a confrontarsi quotidianamente con disparità economiche, di genere e sociali. Ma Dre si ribella a questo sistema precostituito, sceglie (anche se inconsapevolmente) di compiere autonomamente il suo destino, fino alle estreme conseguenze. La malattia mentale la porta ad abbandonarsi alla sua ferocia, alla sua voglia di riscatto; ormai incapace di distinguere tra realtà e immaginazione, Dre asseconda le sue pulsioni più istintive, abbracciando la sua instabile psiche di cui nessuno ha saputo prendersi cura, non i suoi genitori affidatari, non il sistema, non la rete umana che la avvolgeva, nessuno se non la sorella Marissa, che rimane un soggetto fantasmatico che pervade tutta la storia.

Nabers e Glover, dopo il successo di Atlanta, si confermano autori capaci di creare una narrazione visiva stilisticamente riconoscibile coadiuvata con sapienza da un impianto in cui si mescolano humor e drama: non mancano le risate amare, ma anche l’ineluttabile disillusione che permea una serie profondamente politica.

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Dominique Fishback Chloe Bailey Heather Simms Billie Eilish 1 stagione da 7 episodi
USA 2023
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John Wick 4

di Alessio Baronci
John Wick 4 - recensione film Stahelski

Quanto può essere ironico, e al contempo affascinante, che John Wick 4 elegga praticamente al rango di co-protagonista lo straordinario Caine, l’assassino non vedente interpretato da Donnie Yen?

Conviene, forse, fare un passo indietro, c’è, in effetti, troppo in gioco, sul piano concettuale, per perdere qualche dettaglio di una quadrilogia in realtà densissima di spunti. Partita come una sorta di tributo accelerato agli action movie di Hong Kong, in realtà, dal terzo episodio, la saga sull’assassino interpretato da Keanu Reeves è diventata sempre più un agile saggio che parte dal senso, dalla sostanza del corpo attoriale nel cinema contemporaneo per allargare il focus sugli spazi d’azione, trasformando l’action in un fatto concettuale atto a indagare: il rapporto sempre più mutante tra il nostro sguardo e l’immagine cinematografica, il ruolo della sala oggi, il destino di un cinema che pare sempre più uno spazio museale. Il tutto, quasi, a lasciar intendere che il futuro delle immagini è ben lontano dai suoi spazi tradizionali.

La questione è urgente, bruciante, ma viene da chiedersi se Chad Stahelski la percepisca allo stesso modo. In effetti si è già scritto di come al centro della ribellione alla Gran Tavola di John Wick, di cui questo quarto capitolo racconta apice ed epilogo, ci sia inscritta una guerra tra vecchio e nuovo mondo, ma probabilmente, a partire da questo spunto, si può tranquillamente andare oltre. Colpisce, ad esempio l’affascinante rapporto che intercorre, nella mitologia wickiana, tra spazio analogico, regole e ritualità: la lore è in effetti un tripudio di monete antiche, sigilli, tarocchi utili a definire le regole d’ingaggio di un duello, ma non solo, perché come è già stato acutamente detto, gli unici strumenti che riescono a ferire davvero il protagonista sono, forse non a caso, quelli che hanno in loro una sorta di "germe analogico", e quindi i pugnali, e le vecchie pistole da duello.
E allora è evidente che la ribellione del protagonista è a un certo modo di intendere gli spazi e il rapporto con il reale, agli antipodi del digitale e per questo, tutto da ripensare.       

Ma è davvero uno scontro tra ideologie, quello portato in scena da John Wick 4? In realtà tutto il senso del progetto di Stahelski sta nel chiarire questo equivoco, nel riconoscere, ancor meglio, la profondità di un film che in realtà riconosce in modo spiazzante di posizionarsi già al di là di ogni conflitto, di essere già oltre quell’idea di cinema contro cui vorrebbe contrapporsi. Tornando a Caine, la sua entrata in scena in questo senso è fenomenale, tutta giocata sui sensori di posizione disseminati nella cucina per capire da dove arriva la minaccia dei nemici, attaccata alle suppellettili come in certi action si farebbe con i panetti di esplosivo. Caine è già oltre, è già un’entità che sta riplasmando lo spazio in modo nuovo, innovando la natura di un gesto tradizionale. E il passo di John Wick 4 è lucidissimo in questo senso. Si potrebbe in effetti già dire molto di questa scrittura scenica che già si percepisce parte di qualcos’altro, che prova a pensarsi già digitale e dunque concepisce immagini binarie, morte/vive, solide/liquide, granitiche nei loro discorsi ma pronte a contraddirsi alla prima occasione.

John Wick 4 - recensione film Stahelski

E allora davvero, per la prima volta, Stahelski porta le tensioni concettuali del suo franchise in superficie. Fa scontrare i suoi personaggi in ambienti che ormai non provano neanche più ad essere altro se non contesti allestiti per la videoarte o veri e propri musei (uno dei dialoghi del film ha luogo direttamente in una delle sale del Louvre, tra l’altro) come a voler chiudere la questione su schermi e visione una volta per tutte. L'approccio alle immagini è lo stesso di un flusso di dati libero, tutto da manovrare, senza filtri e gerarchie, in cui si lascia che il musical dialoghi con gli Yakuza movie e poi citi apertamente il cinema di Hill nell’ultimo atto; il tutto mentre, in tralice, il film smaterializza il corpo di Reeves, gioca con il focus del racconto, lo sposta su altri personaggi, si muove anche in absentia della sua star lasciando intendere che il killer è stato/non è stato (e ancora, ecco il binarismo dell'immagine) il protagonista finora, o che almeno comprimari come il tracker Nobody non sono/non saranno meno importanti di lui.
Perché, in fondo, il film pare affascinato da una sorta di estetica dell’errore, del paradosso: fa sentire il peso del corpo di Reeves, lascia emergere le linee delle coreografie, si attarda in vere e proprie ucronie, tra samurai che preferiscono le pistole alle spade o l’artista marziale Scott Adkins volutamente ridotto a caricatura fumettosa di sé stesso, si lascia sedurre da spunti che sembrano stagliarsi nel vuoto delle scenografie, quasi fossero allucinazioni, apparizioni, tra la partita di poker a Berlino, evidente residuo bondiano, e la prossemica di Nobody, che spara e agisce come un cowboy brutto di una frontiera alla Leone.

È un film dalla sincerità spiazzante, John Wick 4, quasi un film-software a cielo aperto, un costrutto, un eseguibile inscindibile dalle sue parti di cui Stahelski mostra la scrittura inquadratura dopo inquadratura, comprensiva di bug, sviste, tiri a vuoto, raccontando, in parallelo, il suo prendere possesso di uno spazio inesplorato o quasi. E allora quella del film non può che essere la storia di una trasmutazione del medium, un percorso di elevazione sghembo, liquido, in cui gli spunti si rincorrono, avvengono quasi come profezie, e comunque, senza tregua, si abbandona lo spazio analogico per parlare apertamente un linguaggio digitale già “risciacquato” nella sintassi del gaming, a tal punto che lo splendido finale parigino è puntellato tutto di vertigini da gamification e passanti inermi, che come NPC non sembrano reagire alle sparatorie tra il protagonista e i suoi avversari. Persino Caine, ancora lui, diviene un avatar del villain, costretto a combattere il protagonista al suo posto.

proprio quel duello sembra essere l’ennesimo bug, l’ennesima contraddizione, quasi che l’epilogo lasciasse intendere che la rivoluzione è interrotta. Ma è davvero così? Forse è una sconfitta solo di facciata. Dopotutto il film per Stahelski è evidentemente un insieme di link, di ipertesti. Uno si è probabilmente chiuso, ma altre gemmazioni narrative sono chiaramente pronte a ripartire da lì.

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Chad Stahelski Keanu Reeves Donnie Yen Bill Skarsgård Rina Sawayama Lance Reddick Ian McShane 169 minuti
USA 2023
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The Son

di Gianmaria Cataldo
recensione the son zoller

Reduce dal successo del suo primo lungometraggio, The Father – Nulla è come sembra, grazie al quale ha ottenuto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, il drammaturgo e regista francese Florian Zeller sceglie, per la sua seconda fatica cinematografica, di adattare un’altra delle proprie opere teatrali. Se il suo primo film era basato sul testo Le Père, qui compie un salto generazionale e realizza The Son, trasposizione di Le fils. Opera, questa, pubblicata nel 2018 come terzo ed ultimo capitolo di una trilogia dedicata al tema della famiglia che comprende anche La Mère e, appunto, Le Père. Apparentemente, il figlio del titolo si direbbe essere l’adolescente Nicholas, il quale per via di conflitti con la madre chiede di poter andare a vivere con suo padre Peter, un avvocato di successo ora legato ad un’altra donna e con un bambino appena nato da gestire. La convivenza con il genitore reo di averlo abbandonato, però, non placa la confusione nella testa di Nicholas, che sempre più inizierà a manifestare pensieri e comportamenti autolesionisti. Proprio nei suoi tentativi di aiutarlo, Peter emergerà a sua volta come il figlio del titolo, segnato anch’egli da un problematico rapporto col padre, al quale aveva giurato di non voler mai somigliare.

Dopo aver affrontato la demenza senile che affliggeva il protagonista del suo primo film, Zeller torna dunque a raccontare la malattia quale evento capace di minare le fondamenta di una famiglia. Anche in questo caso, il male che affligge il giovane Nicholas è invisibile all’occhio umano e proprio per questo tende a essere sottovalutato. A partire da quest’impossibilità di vedere concretamente il problema del ragazzo, Zeller sceglie di costruire il suo film con una compostezza formale che mira a suggerire un senso di controllo e quiete, proprio quello che Peter va ricercando nel corso dell’intero racconto. Eppure proprio dentro tale rigore si annida il nemico. Un avvertimento di ciò dovrebbe darlo anche il fatto che film è interamente girato in ambienti interni, chiusi, che in un certo senso sembrano limitare lo spazio vitale dei protagonisti. Viene così a costruirsi, immagine dopo immagine, un forte contrasto tra questa rigida messa in scena e lo sconquassato mondo emotivo che Nicholas invece vive. Ma allo spettatore come a Peter non è mai concesso di entrare nella mente del ragazzo, di potersi immedesimare nei suoi dolori. Zeller, piuttosto, fa di tutto per tenerci distanti da lui. Ciò non solo ribadisce la difficoltà di costruire un dialogo sul tema della depressione giovanile, ma anche che il vero protagonista verso cui rivolgere lo sguardo è Peter.

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Alla metà esatta del film questi si svela essere non solo padre, ma soprattutto figlio di quello stesso personaggio interpretato da Anthony Hopkins in The Father. Nella scena che li pone a confronto, Zeller conferma poche semplici scelte di regia, che ci presentano un Peter costantemente posto all’angolo delle inquadrature, con suo padre che ne occupa come un’ombra la restante metà, affermandosi poi invece come protagonista assoluto di quelle a lui dedicate. Il dialogo tra padri e figli risulta dunque essere continuamente destinato al fallimento, data una mancanza di predisposizione a mettersi nei panni dell’altro. Il desiderio di non commettere gli errori dei padri non fa necessariamente dei figli dei buoni genitori; attraverso l’immagine ricorrente di una lavatrice in moto come simbolo di una circolarità ininterrotta, Zeller sottolinea la difficoltà a evadere da questo schema che si tramanda di generazione in generazione.

Facendo della sua una regia invisibile, che non si intromette mai tra i personaggi per sottolineare o spettacolarizzare il loro dolore, Zeller lascia dunque a loro il compito di esprimere ciò che possono attraverso le parole e i gesti, e quando non è più possibile descrivere le proprie sensazioni ecco che subentra un lancinante silenzio. Difficile non riconoscere che The Son manchi di compiersi fino in fondo, non riuscendo a riproporre gli elementi che avevano reso coinvolgente e straziante il dramma del protagonista di The Father. Ma forse proprio in questo suo portare lo spettatore a vivere una confusione che è propria anche di Peter, sta il suo punto di forza, ribadendo la difficoltà di rapportarsi con quelle malattie “invisibili” della mente, più difficili da diagnosticare e guarire.

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Florian Zeller Hugh Jackman 123 minuti
USA 2022
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Hawa

di Denis Previtera
Hawa - recensione film

Quando, tre anni fa, come esordio Maïmouna Doucouré presentò Mignonnes (2020) al Sundance Film Festival aggiudicandosi il premio per la miglior regia, quello che suscitò fu un’ondata incontrollata di polemiche, andando a definire un vero e proprio caso mediatico: i giornali ne parlavano, i social ne parlavano, tutti parlavano del “film scandaloso” che, in realtà, di scandaloso aveva ben poco.
A essere messa in scena era la storia di Amy, undicenne senegalese delle banlieue parigine, e il rapporto conflittuale famiglia-società che emergeva a seguito dell’amicizia con un gruppo di ragazze preadolescenti, con le quali formerà una compagnia di danza. Questi balli, però, attingeranno dalle varie realtà filtrate dai social network, portando ad inserire nelle coreografie una serie di passi sessualmente suggestivi. Ciò che voleva, o doveva, essere una critica sociale nei confronti della sessualizzazione della donna e la conseguente influenza che avrà sulle generazioni successive, si trasformò però in tutt’altro agli occhi del pubblico: l’esaltazione dell’iper-sessualizzazione dei minori. Le critiche imperversarono ancor più con la distribuzione su Netflix e il relativo poster, che portò a una definitiva demonizzazione collettiva: le persone smisero di parlarne perché andava dimenticato (in quanto sbagliato), i cinefili smisero di parlarne perché non era necessario ricordarsene (in quanto molto mediocre).

Con il secondo lungometraggio, quello che la Doucouré sembra attuare è quindi una specie di atteggiamento di riparazione della sua immagine pubblica e artistica, un tentativo di scostarsi da quei caratteri controversi per lavorarci in totale opposizione, ricordando – senza alcun accostamento qualitativo, sia chiaro – un approccio non dissimile da quello che D.W. Griffith ebbe con Intolerance, dopo le polemiche subite con The Birth of a Nation per le questioni razziali. Hawa, proiettato al Sottodiciotto Film Festival di Torino e ora disponibile su Prime Video, appare così come l’esatto opposto di quanto costruito in precedenza: la protagonista, il cui nome dà il titolo al film, è una ragazzina di quindici anni che vive con la nonna gravemente malata, motivo che la spinge a dover trovare qualcuno che possa prendersi cura di lei dal momento in cui rimarrà sola.

Il tema della sessualizzazione subisce un totale ostracismo, ravvisabile su più livelli: personaggi, atteggiamenti, rapporti sentimentali, persino concerti e coreografie, tutto viene deprivato della componente sessuale, in favore dell’ideologia dell’igiene morale, tanto pudica quanto ipocrita. Un’operazione che cerca di scivolare lontano e con estrema attenzione da qualsiasi tipo di implicazione anche solo vagamente sessualizzante. L’assenza di questa componente, però, sembra assumere la forma di un estremo moralismo dal falso retrogusto, che mette in luce l’incapacità della Doucouré di affrontare questioni di rilevanza sociale in maniera adeguata. Il dramma di Hawa, il suo abbandono e l’indifferenza da parte dello Stato e della comunità, rimane costantemente in una condizione di indefinitezza (tanto fattuale quanto emotiva), un non-rispecchiamento impossibilitato a trasmettere un “qualcosa” di concreto allo spettatore, restituendo esclusivamente un tessuto sociale profondamente fittizio e ipocrita: da ragazzine – che potrebbero benissimo essere le protagoniste di Mignonnes – presentate come delle fan sfegatate che idolatrano gli astronauti andati nello spazio (veramente?) a superstar musicali dal cuore d’oro portatrici dei più corretti e sani valori morali.

hawa film

L’ipocrisia strutturale del film sembra essere perfettamente sintetizzata nell’ossessione, verrebbe da dire quasi pornografica, di estetizzare in modo eccessivo tutto ciò che viene mostrato: il senso delle questioni sociali lascia il passo alla ricerca di un’estetica colorata e virtuosa – non così dissimile dal look di case che puntano su una preponderante componente digitale, sempre molto riconoscibile, come la statunitense A24 – che finisce per passare come vera protagonista. L’approccio a un qualche tipo di verosimiglianza viene completamente spazzato via da luci colorate improbabili, punti macchina immotivati, riflessi impensabili, ambientazioni approssimative e una più generale composizione dell’inquadratura che sembra pensare più al “bello” che non al senso, al messaggio da comunicare, come un significato ulteriore che dia maggior peso o credito alle posizioni critiche-sociali. Tendenza a cui non sembra impermeabile nemmeno la piccola Hawa, a partire dalla sua raffigurazione estetica totalmente fuori da qualsiasi tipo di verosimiglianza: acconciatura esuberante e sempre perfetta, occhiali a “fondo di bottiglia” che rimarcano la sua desessualizzazione e una complessiva costruzione del personaggio che non trova connessione con logiche empatiche o di plausibilità, ma piuttosto con un atteggiamento che punta al bizzarro, allo stralunato e alla sfera della fantasia; ricercando così più una disperata collocazione iconografica nell’immaginario, che non una coerenza diegetica.

Nondimeno, anche le situazioni in cui si caccia: dal nascondersi in una cassa con la quale attraverserà tutta la città per intrufolarsi a un concerto, alle varie peripezie notturne per cercare di incontrare l’ex First Lady dalla quale vorrebbe essere adottata, una ricerca simbolica (quasi allegorica) i cui risultati sembrano già chiari fin dall’inizio, con tanto di epifania finale. Tutto sembra vertere verso un totale allontanamento dello spettatore che, di fronte a un’opera del genere, non può fare a meno che trovarsi in una condizione di completo spaesamento. Come guardarla? Che approccio avere? Cosa dovrebbe esserci di intrattenente o interessante? Queste le domande che probabilmente attraverseranno le menti del pubblico mentre cerca di capire quale fosse l’intenzione, il focus, il centro, il vertice del film: divertire con le peripezie della ragazza, portare a un qualche tipo di empatia per una prossima orfana, cercare magia in una città ricca di suggestioni fantasiose, dar credito a una (in)diretta ma interessante critica sociale, oppure, più semplicemente, ripulire la propria immagine con un film per famiglie tanto moralista quanto socialmente inattaccabile? “Una sovralettura” direbbero alcuni, “un processo alle intenzioni” direbbero altri, ma a visione terminata impossibile non rifugiarsi in questa convinzione confortante, come meccanismo di autodifesa: perché sicuramente la Doucouré avrà “ripulito” la sua immagine dall’onta di Mignonnes, ma a quale prezzo? Quello d’essere diventata la regista di Hawa, uno dei film più innocui e sbagliati degli ultimi anni. Dalla padella alla brace.

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Maïmouna Doucouré Sania Halifa Oumou Sangaré Yseult Titouan Gerbier 90 minuti
Francia, Senegal 2022
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Please Baby Please

di Mattia Caruso
Please baby please - recensione film kramer

Un uomo e una donna (Harry Melling e Andrea Riseborough), un gruppo di teppisti, un'idea di mascolinità messa in discussione. Parte da qui, Please Baby Please, opera terza della regista statunitense Amanda Kramer disponibile su MUBI. La storia esemplare di una crisi che è prima di tutto di coppia. Compendio anomalo e allucinato sul modo in cui i generi si guardano e (non) si riconoscono. Uno scontro tra sessi che nel film di Kramer prende la forma di un delirio cromatico fatto di borchie e giacche di pelle, immaginario queer e rimandi al cinema underground. Un insieme di riferimenti e suggestioni dove Stanley Kowalski incontra Tom of Finland, Fassbinder John Waters, mentre Il selvaggio si contamina con Scorpio Rising e West Side Story. Al centro di tutto, aspettative e frustrazioni legate a ruoli definiti, modelli pronti a crollare non appena irrompe – feroce, imprevisto e difforme – il desiderio.

In un'America anni cinquanta filtrata attraverso una patina eighties che, nella sua esibita artificiosità, pare un'emanazione dell'inconscio, il lato oscuro di un intero immaginario da ribaltare e sovvertire, va così in scena un delirio erotico e colorato che frulla assieme (o banalizza?) orientamento sessuale e identità di genere, stilemi del passato e questioni tutte contemporanee. È qui, in questa New York dissoluta, tra poeti beat e caricature di Marlon Brando (Karl Glusman), che si consuma la parabola di un amore idealizzato, destinato a scontrarsi con una realtà fatta di desideri repressi e aspettative frustrate. Un viaggio di formazione anomalo che la regista gestisce maneggiando, con risultati altalenanti, il registro del grottesco, facendo precipitare i suoi personaggi all'interno di una vicenda sempre più assurda e onirica.

Nel suo intento di fare del film un trionfo della fantasia e del desiderio libero da qualsiasi paletto o limitazione, lo sguardo di Kramer, seppur interessante, rischia però di non andare mai oltre la superficie di un'operazione, sì, intelligente e suggestiva, ma che rivela, nascosta tra le pieghe dei suoi dialoghi ridondanti e pontificanti, un certo didascalismo.
Quello che ne viene fuori è così un musical paradossale, con poche canzoni e tante, troppe parole, un'opera apparentemente anarchica attraversata da volti noti (l'apparizione fantasmatica di Demi Moore) e tour de force attoriali (una Andrea Riseborough in costante overacting), ma incapace, in definitiva, di toccare appieno il cuore di quelle immagini desideranti messe con tanta cura in scena.

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Amanda Kramer Andrea Riseborough Harry Melling Demi Moore Karl Glusman Ryan Simpkins 95 minuti
USA 2022
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Scream VI

di Saverio Felici
Scream VI recensione film Bettinelli Olpin Gillet

Come tanti ex campioni di postmodernismo, anche Scream va riscoprendo il fascino discreto della linearità. Relegati ai '90 gli intenti meta-parodici originali, la serie per come si ripresenta oggi appare indistinguibile da un Venerdì 13 qualunque: e come il più classico degli slasher, è possibile giudicarla giusto per la fantasia degli ammazzamenti (effettivamente discreta), più che per qualsivoglia riflessione decostruzionista. Nella sua algoritmica convenzionalità, l'innesto numero sei si presta al bilancio storico in rappresentanza dell'intero sottogenere, ancor più se confrontato allo spirito autenticamente sovversivo (almeno per quanto concerneva le regole della narrazione orrorifica) che animava l'opera di Wes Craven e del mai troppo rivalutato Kevin Williamson. Assegnato il copione al factotum del reboot James Vanderbilt (Amazing Spiderman, Total Recall, Robocop) e la regia ai passanti Bettinelli-Olpin e Gillet (Finché morte non ci separi, da cui ereditano Samara Weawing nel cameo migliore), eccoci già al secondo capitolo di una nuova saga inaugurata lo scorso anno in chiave legacy - sta a dire, liquidando i vecchi protagonisti in camei da tre pose, e introducendone figli nipoti e pronipoti per una mitologia pressoché nuova.

"In un franchise nessuno è al sicuro, e ogni nuovo episodio è un ribaltamento del precedente", declama lo script nel consueto giù-le-carte. Mai come oggi però l'analisi appare discutibile: quello che Scream VI certifica è semmai lo stato di atrofia del concetto, sempre più sottomesso a un universo soffocante di piccole regole, paletti, convenzioni. Più che regno della libertà creativa, il franchise contemporaneo sembra sopravvivere della ripetizione come maledizione vampiresca (idea che il simile Halloween Ends spingeva a livelli quasi metafisici). I singoli film procedono in fila, composti come vacche al pascolo: le possibilità dei cento minuti si spengono in un racconto circolare, auspicabilmente infinito, con lo "sviluppo" dei personaggi come unico motore.

È proprio nella definizione dei protagonisti che si manifesta con più chiarezza la nuova anima di Scream. Gli originali di Williamson furono forse il tratto più marcatamente distintivo del prototipo: guitteschi, isterici, burattini grotteschi consapevoli di un ruolo di carne da cannone che affrontavano ridendo. Gli ideali eredi proposti da Vanderbilt (e dall'intero horror mainstream contemporaneo) sono da parte loro figli dell'infame creative writing televisiva: in quanto tali, devono ostentare un trauma di variabile misura, un carattere ineccepibile e corretto, tanti piccoli conflitti relazionali risolvibili in un abbraccio. Sempre nel giusto, positivi e rigorosamente relatable.

rece scream 6

Scream VI pone dunque una domanda. Data ormai per dogmatica la piena identificazione tra personaggi e spettatore, che spazio rimane a un genere che ne ha storicamente presentato la salvezza come premio etico al comportamento? Il Memento Mori non può colpire un cast il cui unico tratto definente pare essere l'integrità morale: sono le regole, come la serie ha sempre ricordato. Scream 6, slasher con il body count più basso della storia, risolve il paradosso inaugurando il primo horror in cui ognuno è "vittima", e dunque nessuno può esserlo (tranne la sgualdrina, senza scampo nel 2023 come nel '96). Cacciatori e non più prede, i nuovi eroi sconfiggono infine l'immanenza della mortalità, lasciandosi dietro un cimitero di mostri mai così impotenti.

Muovendosi oltre lo slasher, si direbbe che Scream VI incarni la maniera in cui la contemporaneità va affrontando in senso assoluto la messa in scena delle proprie angosce. Già a partire da The Witch (è forse il film di Eggers l'horror più influente dello scorso decennio?), il cinema di paura ha sempre più spesso inquadrato l'arrendersi al "lato oscuro" come gesto perverso di emancipazione individualista. Ma c'è qualcosa che disturba, una nota stonata nella fanfara. La grazia virginale con cui gli eroi di Scream 6 attraversano immacolati fiumi di sangue fino al libidinoso payback, lo pone su un piano diverso rispetto ai classici "scontri finali" del passato. Come nell'action più truce, il godimento della vendetta è ora accolto, applaudito, incoronato dalla macchina da presa come tappa ideale di un percorso ascendente.

Non più messo in discussione dalle sue paure peggiori, lo spettatore è oggi protagonista di un delirio sadico di rivalsa, tanto più feroce quanto più amabili e inclusivi e traumatizzati i suoi avatar cinematografici. Ed è dunque il mostro, non più le vittime, ad assumere su di sé i tratti negativi del mondo infame, da reprimere in un liberatorio sacrificio di sangue.
Benedette dalla presunzione morale di rettitudine, intoccabili per diritto divino, incontestabili su un piano ideologico e divinizzate nelle traiettorie personali, le onnipotenti eroine del nuovo Scream fanno più orrore di ogni squartatore. Il ghigno di Dani Ardor indicò la via, quello di Sam Carpenter raccoglie e rilancia ancora l'idea di horror come fantasia compensatoria: scoprirsi protagonisti di un universo di violenza senza conseguenze, in cui emanciparsi dal ruolo di vittima - e rivendicare quello del torturatore.

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Matt Bettinelli-Olpin Tyler Gillett Melissa Barrera Jenna Ortega Courtney Cox Hayden Panettiere Samara Weaving 122 minuti
USA 2023
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