Tumbbad

Difficile immaginare un film d’apertura più indovinato di Tumbbad per inaugurare degnamente la 33esima Settimana Internazionale della Critica. Un’opera che riesce a materializzare plasticamente l’idea di cinema che la Sic si prefigge di onorare, vicina alle nuove tendenze, ai fremiti di un cinema che scalpita per dire qualcosa di diverso. E che meglio di qualsiasi dichiarazione d’intenti ne disvela finalità e ambizioni, alimentata com’è da quello spirito di ricerca, impavido e anarchico, che la commissione guidata dal delegato Giona Nazzaro pone tra i principali driver del proprio delicato lavoro di setacciamento, scoperta, selezione e promozione del cinema internazionale di qualità.
Tumbbad è libera mescolanza di generi e stili produttivi, dall’horror al fantasy, dal blockbuster alla sperimentazione di nuove possibilità espressive per il cinema indiano contemporaneo, fuori dal recinto, commercialmente ben collaudato e ancora fiorente, del musical e del melodramma. A colpire è soprattutto la potenza visiva dell’immaginario, con un lavoro davvero impressionante di production design e di fabbricazione degli effetti speciali (più volte sottoposti a revisione e poi affidati, dopo una attenta disamina, alla svedese Filmgate Films), la cui qualità contribuisce in maniera essenziale a dare corpo alle settecento pagine di storyboard a colori che il regista e sceneggiatore Rahi Anil Barve ha realizzato prima della fase delle riprese. La lunga preparazione e la meticolosa pianificazione dell’impianto visivo si traducono così in una sequela di immagini ben condensate, quasi solidificate dopo tanto approntamento, dotate di una precisa coerenza stilistica, protesa verso la materialità del mondo naturale e, in questo caso, sovrannaturale.
Così il fango e la pioggia, l’oro delle monete e la luce delle torce, il ferro dei pesanti portoni puntuti e dei loro chiavistelli, la pietra dell’empio tempio, innalzato per una divinità destituita del suo statuto, e quella che frantuma la testa del fratello di Vinayak, il protagonista dal quale il film non si separa neanche per un istante, convivono con ciò che rimane della pelle martoriata, trafitta di chiodi, di una vecchia privata d’ogni umanità, desiderosa di carne umana, con le sue emissioni di composti organici e accapponanti sussurri. E convivono con l’oscenità rossastra di Hastar – glorificata dalla computer grafica –, il demone maledetto dalla sua stessa madre, dea dell’abbondanza, per indecente avidità, col pulsare del tombale ventre materno in cui è confinato assieme alle monete che Vinayak agogna dall’infanzia e che gli sottrae da adulto, pescandole dal suo perizoma dopo avergli lanciato bambole di massa da fargli divorare, esca perfetta per la sua voracità.
Ed è forse proprio la piccola attenzione a quell’impasto di farina, di fatto assolutamente secondario rispetto ad altri elementi della trama, l’indugiare per qualche secondo di troppo, rispetto alla sua effettiva funzionalità ai fini del racconto filmico, sull’ingrediente e sul suo processo di manipolazione, entrambi così inessenziali nell’economia generale, a provare indubitabilmente, in caso ce ne fosse bisogno, una certa propensione degli autori alla valorizzazione, in ottica cinematografica, della materia. Che è ciò che poi fa la forza del film, mai disposto a rinunciare al corpo, alla sostanza, persino nei frangenti ad alta digitalità. È alla materia e non alla parola che Rahi Anil Barve affida il compito di erogare i piaceri sensoriali più consistenti della visione. Una scelta che applicata al mito, al fantastico, come in questo caso, fa pensare, ad esempio, all’approccio di Garrone ne Il racconto dei racconti, ma anche a Cronenberg o, per certi versi, a Spielberg, cui può essere ricondotto idealmente anche il finale, scelto tra tre differenti ipotesi di conclusione, per il messaggio di speranza che riesce a trasmettere. Il figlio di Vinayak riuscirà infatti a spezzare la catena dell’ossessione e della cupidigia in cui si sono irrimediabilmente ritrovati imprigionati i suoi antenati e molti tra coloro che sono entrati in contatto con loro. Una bramosia di beni e ricchezze che, per estensione, sembra agire su grandi strati della società indiana di inizio della fine dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, ansiosi di un’ascesi sociale che li porti a potersi concedere qualcuno dei lussi dei conquistatori inglesi, dimentichi della grande lezione spirituale di Ghandi.
Mentre Vinayak attraversa i decenni forse più importanti della storia del proprio Paese, quelli che vanno dalle prime campagne di disobbedienza civile del Mahatma alla concessione dell’indipendenza nel 1947, autori e produttori di questo travagliato progetto – che ha richiesto ben nove anni di lavorazione – colgono infatti l’occasione per aprire interessanti spiragli di riflessione politica attorno ad un periodo di grandi trasformazioni socioculturali e di radicale (ri)costruzione identitaria. Una valutazione che non è certo morbida né idealizzante, ma al contrario lucida e senza sconti.